
Per raggiungere le foglie strette dell’elicriso bisogna piegarsi sulle ginocchia, non c’è verso. Io qui in collina mi devo spostare sulla costa assolata del poggio per trovarne cespugli sani che crescono spontanei. Ma bisogna piegarsi, e così doveva fare anche Cosimo. E lui lo faceva volentieri, anche se la terra, come si dice da queste parti, è bassa.
Ogni volta che il teatro della sua vita gli dava tregua lui tornava in giardino, lì dove basta sfregare le foglie dell’elicriso per essere già con la testa in riva al Mare. E da lì, sull’altra sponda: Sicilia, Grecia, Costantinopoli. Tutto quel mondo lì riesce inspiegabilmente a sfondare la risacca e penetrare le valli della Toscana, giungendo fino a Firenze, che pare di sentirla quell’aria salmastra e quel puzzo di pesce di porto. Non va molto più in là, però: i faggi umidi dell’Appennino qui dietro parlano già di un altro mondo.
E anche se Cosimo andava a messa tutti i giorni, anche se usciva a cena col Papa, anche se regalava chiese e conventi ai domenicani, lui, nel suo giardino, cercava quel mare là.
Si capiva subito. Non era come entrare in uno dei chiostri geometrici che potevi trovare a San Marco o a San Lorenzo, o da quei frati bacchettoni di Santa Maria Novella.
Qui invece la vita si srotolava senza direzione: i lecci bui affollati di uccelli, i cipressi arrotondati da un vasaio, gli schermi taglienti degli allori, i mirti soffici e gli aranci profumatissimi, che erano arrivati nel giardino di Cosimo come una diavoleria esotica. Un’epidemia di linfa condensata in pochi passi. E poi mille erbe diverse. L’elicriso lo aveva piantato tra le rose. Tante rose. Troppe rose, suvvia, Cosimo.
Le piante erano la passione di Cosimo, le pietre quella del suo amico, Donatello, che appena vedeva un angolo di giardino abbastanza spazioso da ospitare il basamento di una scultura, trasaliva. Cosimo gliele comprava, ovviamente.
Nel giro di qualche anno, il giardino aveva più statue che piante. Ma porco cane se era bello.
Donato aveva fatto fare una fontana tonda come non si era mai vista prima, tutta decorata ad onde e strigili che sembrava uscita dall’officina di qualche artista dell’antica Roma. Cosimo aveva finalmente l’acqua fresca in giardino. Quell’acqua che scorre non per innaffiare le rose, ma per lavare i pensieri.
Quando due casse di legno arrivarono a Palazzo Medici una sera, qualcuno pensò si preparasse un funerale. Le casse invece contenevano due corpi che stavano per essere resuscitati. Erano due grosse statue di marmo senza la testa, le spalle e qualche braccio.
Donato non stava nella pelle, mentre Cosimo si grattava la testa.
Dopo qualche settimana ogni pezzo mancante fu sagomato, scolpito e rimesso dove mancava con cemento e qualche punzone di ferro. Ma più di tutti era quella faccia a turbare ed affascinare allo stesso tempo il padrone di casa. Il viso grinzoso di un vecchio avvitato sul corpo di un giovane atleta appeso ad un tronco, la bocca tirata come il sottopancia di una sella da cavallo andava verso le orecchie appuntite di un antico satiro rivelando una fila interminabile di denti digrignanti. Era un incomprensibile ghigno, ma di dolore.
Marsia pende dal ramo dell’albero mentre Apollo col suo coltello affilato lo scortica lentamente. Gli schizzi di sangue vivo colano sulle guance del luminoso dio della Poesia mentre il satiro si dimena. Un rintocco continuo, la stessa nota ripetuta fino allo sfinimento. La pelle si apre alla luce del sole che filtra tra le foglie di alloro, lasciando tendini e muscoli sbrilluccicare come un banco di sardine sotto il pelo di un mare scuro e denso.
Il piccolo Lorenzo fissava quel ghigno mentre le statue venivano estratte dalle casse per affacciarsi di nuovo al mondo. “Sembrano due Gesù”. Cosimo sorrise come avrebbe fatto davanti al più meschino dei clienti. Guardò i due Marsia issati sulla prua verde del giardino mentre gli risuonavano le parole del suo nipotino di sette anni. “Sembrano due Gesù”.
Il quadrato celeste circondato dall’altana era attraversato ogni tanto da un grumo bianco di spuma marina che spariva all’angolo opposto. Nuvole di aprile. Il cielo penetrava il cortile con la sua luce fredda che sembrava solidificare una volta per tutte quel magma di pelle di bronzo al centro del cortile del palazzo. Un ragazzino nudo brandiva una spada più grande di lui mentre sembrava inciampare sulla testa del gigante a cui l’aveva sottratta.
Dentro, le cosce bluastre di David si staccavano dal quel foglio bianco di grassello tra le colonne di pietra serena, fuori i rami bui dei lecci e le foglie del rosmarino lasciavano emergere il torso calcareo di Priapo, lichene di marmo sulla corteccia di là dell’arco, al centro del giardino. La spada del pastorello ebreo sfidava il membro a ciondoloni del dio degli orti e delle spose novelle.
Un alto muro divideva il giardino dalla strada, un altro dalla biblioteca. L’intelligenza che Cosimo trovava nella stanza dei libri aveva qui fuori un odore proprio. Di là del muro, un prete inciampava mentre le campane di San Lorenzo erano l’unica cosa che riusciva a penetrare il giardino.
Che cosa vedi, Donato? Donato si toglieva il cappello per sbattere via la polvere. La vita.
La resina del pino filava come miele verso le radici coperte di minuscole viole nate da sole, qualche insetto ancora senza nome vi rimaneva incastrato. Goccioline di condensa. Linfa coagulata.
Il respiro della bestia appannava il lucido specchio dell’ordine.
Cosimo era morto da un pezzo quando i suoi discendenti furono cacciati. Le statue furono portate via, i lecci tagliati, le viole divelte, l’elicriso lasciato seccare. Troppa vita tutta insieme: un coito improvviso, avvenuto su un terreno reso inavvertitamente troppo fertile. Nessuno lo aveva cercato, semplicemente accadde.
Il marmo di Marsia sembrava aver disegnato nello spazio la traiettoria di un volo d’uccello sfuggito dalla gabbia, colta nel suo schiudersi spontaneo.

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